Nostos

C’è un silenzio irreale.

Una luce arancione  illumina il nulla del corso di Norcia, ridotta a una cittadina fantasma; i segni del terremoto sono ben evidenti.

Ho impiegato quasi due anni per riuscire a tornare in quello che è stato il teatro della mia infanzia e adolescenza ed il territorio dove, ancora fertili, giacciono i ricordi legati al rapporto con mio padre.

Non ho mai avuto paura del terremoto, ho paura di guardare in faccia la sofferenza altrui, siano esse persone o luoghi, non riesco a non farla mia.

Ma poi è arrivato il momento in cui ho sentito un richiamo e non ho potuto resistere, ritrovandomi in questo silenzio.

I colori, i profumi, ma soprattutto le emozioni, mi hanno fatto viaggiare indietro nel tempo e ora sono spettatore inconsapevole di un remake: guardo mia figlia e rivedo me stesso alla sua età.

Norcia non è morta, così come Castelluccio: sono ferite, ma non si arrendono.

È il carattere che hanno trasmesso alla loro gente, abbattuta, ma mai sconfitta: c’è troppo da fare e bisogna ripartire al più presto.

Ora il silenzio è meno assordante, mi sembra di sentire ancora le voci di quei ragazzini che calpestavano un prato trasformato in campo di calcio anche per otto ore al giorno.

Ma soprattutto ricordo quella voce che intorno alle 13 partiva dalla soglia di casa per avvisarmi che il pranzo era pronto, e alla sua si accodavano quelle di altri genitori: l’eco le portava fino a noi, era la fine di un primo tempo interminabile.

Ora sono qui perché la nostalgia ha avuto la meglio: questa non è solo una seconda casa, è una seconda pelle, un’ultima occasione per riscoprire me stesso.

E intanto dalla terra sgorga nuova acqua, il terremoto ha portato distruzione, ma paradossalmente anche vita: da questo fiume parte una nuova speranza.

The silence around me is unreal.

An orange light bathes the main street of Norcia, turned to nothing, as if in a ghost town; the marks left by the earthquake are still quite evident.

It took me nearly two years to get back to the theater of my childhood and adolescence, a soil ripe of the bonding memories of my father.

I’ve never been afraid of earthquakes, I’m afraid to face the suffering of others, be they people or places, because I can’t refrain from feeling the same way.

But then came a time when I heard a call, and then I could not stand back, and found myself in this silence.

The colors, the smells and, above all, the emotions made me travel back in time, so now I find myself the accidental onlooker of a remake: when I look at my daughter, I see myself at her same age.

Norcia is not dead, nor is Castelluccio: they are wounded, but they won’t give up.

The natives have inherited the land’s character: wretched, but never defeated, there’s too much to be done and a jumpstart has to come as quickly as possible.

Now the silence is not as deafening as before, I think I can still hear the voices of those kids who trampled on a lawn, turned into a football field, for up to eight hours a day.

Most of all I can recall that special voice coming around 1 o’clock from the threshold of our house, warning me that lunch was ready, followed by those of other parents: the echo carried them all up to us, cutting short of our interminable first half.

I’m back here now because nostalgia has won me: this one is not just a second home, it’s a second skin, the last chance to rediscover myself.

As new water is gushing from the soil, paradoxically the earthquake has brought destruction, as well as life: and from this river new hopes are springing.