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Se sapessi raccontare una storia con le parole non avrei bisogno di trascinarmi dietro una macchina fotografica

PROJECTS

Fronte Del Porto

A Roma tra i tanti edifici pubblici dismessi e abbandonati, c’è anche una ex caserma dell’aeronautica militare in Via del Porto Fluviale, quartiere Ostiense.

Dal giugno 2003 vivono in questo ex scheletro urbano, circa 80 nuclei familiari provenienti da tre diversi continenti; insieme a quelle italiane, troviamo famiglie maghrebine e sudamericane.

La convivenza non è stata semplice; la distanza culturale è stata spesso motivo di piccole schermaglie, così come il credo religioso, che qui è perfettamente diviso tra musulmani e cattolici.

Oggi, la riuscita dell’integrazione è testimoniata anche dalla piccola moschea allestita all’interno della stessa occupazione.

Le persone che ‘abitano’ il Porto sono bene integrate nella società romana, la maggior parte di loro ha un impiego, ma vivono in quella che può definirsi edilizia perduta per necessità; sul social housing si spendono molte parole, cui quasi mai seguono fatti concreti.

Questa ex caserma risulta uno dei grandi paradossi del territorio romano, e non solo; durante le frequenti manifestazioni per rivendicare a gran voce il diritto alla casa ed i tentati sgombri, non sono mancati scontri con le forze dell’ordine.

Lo Stato che abbandona prima i propri beni, in qualche modo li rivendica a discapito di coloro che non chiedono altro che il rispetto di un diritto fondamentale; quello della casa.


Arriving Somewhere…not here

Andrei ha 10 anni e fino a poco tempo fa conduceva la vita normale e spensierata che ogni bimbo della sua età dovrebbe avere.

Poi la crisi economica, il padre che perde il lavoro, la mamma costretta a lasciarlo per un impiego in Italia. In pochi mesi la mancanza della madre si trasforma in un pesante fardello emotivo,che unito ai problemi di un padre vittima dell’alcool, diventa insostenibile. La presenza dei suoi parenti ed il forte legame con la sua terra di origine, non basta a colmare il vuoto che sente.

Andrei riesce a raggiungere la mamma in Italia, dopo una lunga e penosa battaglia legale tra i suoi genitori, ma quello che sembrava un lieto fine, è invece l’inizio di una nuova esistenza in cui tutto è diverso, le aspettative si tramutano in delusioni.

La nostalgia delle sue vecchie abitudini e la difficoltà di integrarsi nella nuova società, genera in lui un forte disagio; a peggiorare la situazione,il mancato sbocciare di un rapporto con il nuovo compagno della mamma.
Andrei si chiude in se stesso, isolandosi in una prigionia mentale e fisica; difficilmente lascia quella casa che non sente neanche sua, ma che al momento sembra davvero l’unico rifugio.

Il suo corpo è in Italia,il suo spirito è ancora lì,nella sua Romania,perchè Andrei è arrivato da qualche parte,ma non qui…


The Last Exit

“Hai detto che non mi avresti mai lasciato.
Lo so. Mi dispiace. Hai tutto il mio cuore. Da sempre. Quando non ci sarò più potrai comunque parlarmi. Potrai parlare con me e io ti risponderò. Vedrai.
E riuscirò a sentirti?
Sì. Mi sentirai. Fa come se ci parlassimo con la mente. E allora vedrai che mi senti. Ci vorrà un po’ di allenamento. Ma non ti arrendere. Ok?
Ok. Ho tanta paura papà.
Lo so. Ma vedrai che andrà tutto bene. Sarai fortunato. So che lo sarai. Adesso è meglio che smetto di parlare altrimenti ricomincio a tossire.

Va bene papà. Non c’è bisogno che parli. Non ti preoccupare.”

Tempo fa decisi che era giunto il momento di intraprendere questo viaggio; sapevo che non avrei avuto bisogno di mezzi di trasporto, anche se la distanza da percorrere e la meta non erano definite. Nessuno biglietto, nella borsa i ricordi e le emozioni di anni lontani.

Ogni fermata ha rappresentato un flashback: fermate obbligate per riassaporare il gusto agrodolce, le sensazioni malinconiche e non, i momenti.

Fermarsi faceva male, aumentava il rimpianto di ciò che non è e non potrà essere, perché non c’è modo di opporsi al destino.

Mi sono emozionato nel rivedermi bambino, ho sbirciato da un finestrino reso opaco dalle gocce di pioggia, ho ripercorso gli anni fino all’ultima fermata, quella del 96, quando il bambino ha lasciato posto all’uomo, nel momento stesso in cui un altro uomo se ne andava, per compiere quel viaggio da cui non si può tornare, il cui biglietto di sola andata viene emesso insieme al primo vagito.

Ma forse è tutto un sogno, ecco cos’è questo torpore, stiamo forse dormendo e sognando, chissà, magari per sempre…

L’ultima fermata mi aspetta, dovrò scendere anche io un giorno, ma sarà solo per partire nuovamente e provare ad essere quello che mi hai lasciato.

Il viaggio non avrà fine, perché quando smetterò di sognarti, sarai tu che sognerai me, e continueremo ad essere insieme, come sempre, come da sempre…


Sleep Of No Dreaming

La strada, lo schianto, un rumore assordante prima del nulla, quel nulla dalla durata indefinita in cui sono precipitate le persone in stato vegetativo, vittime di incidenti stradali.

C’è un vago senso di galleggiamento, gli occhi che vagano alla ricerca del nulla, i sensi persi, le percezioni scomparse in un istante, il corpo che diventa la prigione dell’anima.

Si può ancora volere, desiderare, semplicemente pensare in questo limbo?

Non c’è risposta, l’unica certezza è quel che rimane tra chi ha prima donato la vita ed ora mette a disposizione la propria per questi figli, l’amore.

In questo sonno senza sogni, quel che rimane…

“Io non ricordo più mio figlio come era prima, per me mio figlio è lui e basta; io lo bacio, gli dico amore mio e lui mi parla con gli occhi”

Sauro, papà di Francesco


The Right Place

La casa è il vostro corpo più grande. Vive nel sole e si addormenta nella quiete della notte; e non è senza sogni. (Khalil Gibran)

Una casa è una macchina per abitare. (Le Corbusier)

Il concetto di casa è magnificamente espresso in questi due aforismi, apparentemente così lontani, eppure così vicini.
Un bene prezioso, un valore assoluto per ogni individuo; ma come sta cambiando il concetto stesso di casa in un questo periodo di profonda crisi economica?
Nell’immaginario collettivo siamo soliti associare l’idea ad appartamenti, ville, palazzi, castelli, tutto ciò che da sempre rappresenta un rifugio, grande o piccolo, ricco o modesto che sia.
Oggi tutto ciò sta lentamente subendo delle variazioni quasi antropologiche; facendo riferimento alla frase di Le Corbusier, oggi casa è una macchina per abitare, e la nostra ricerca fotografica ci sta portando ad indagare su quanti, vittime della crisi, sono costretti a reinventarsi il concetto di casa e soprattutto a viverlo, come forse mai avrebbero immaginato.
Roulotte, camper e persino automobili, sono le nuove dimore degli italiani che non riescono più a permettersi un tetto, nel senso comune del termine.
Ma indipendentemente dalla sua forma, la casa è sempre il luogo dove torniamo, dove troviamo rifugio dall’esterno, è e sarà sempre il posto giusto…


Syria. Chapter One (Childhood)

Infanzia, magica epoca di passaggio. La fiducia, l’innocenza e la spontaneità che riceviamo in dono alla nascita non sono ancora andate perdute e il cuore è aperto alla gioia.

Come tutte le emozioni, la gioia scaturisce dalla capacità di lasciarsi andare a ciò che si sente, a quelle onde di energia e di eccitazione che sorgono nel corpo e che ci fanno vibrare di piacere, struggere d’amore, gelare di paura o protendere verso un abbraccio. Nell’infanzia il corpo è morbido, tenero, cedevole. Le emozioni mutano continuamente, il pianto può trasformarsi in riso e la tristezza in piacere così come al sole può seguire la pioggia.

Con l’avanzare del tempo siamo costretti ad imparare le regole e le buone maniere e quando diventiamo così abili da trattenere i singhiozzi ed ingoiare le lacrime, la cacciata dal giardino dell’eden è definitivamente compiuta. Il corpo si irrigidisce, la testa assume il comando e il cuore si chiude per non mettere a nudo la sua vulnerabilità. La gioia ci sfugge, anzi maggiore è la volontà con cui la rincorriamo, minori sono le probabilità di trovarla. Appare in alcuni momenti di grazia quando siamo così assorbiti da qualcosa che ci piace che allentiamo il controllo e lasciamo che le emozioni rompano gli argini, come un fiume in piena.

L’infanzia è l’epoca dell’immaginazione sfrenata che trasforma il mondo circostante in una realtà fantastica, da cui emergono il nuovo e l’inaspettato. Non servono occasioni speciali per essere gioiosi; se un bambino è lasciato da solo o in compagnia di altri bambini, l’attività ludica non tarda ad arrivare. E’ sufficiente seguire con lo sguardo la danza delle gocce di pioggia sul vetro per perdersi in un mondo fantastico o salire su una vecchia giostra per partire verso terre lontane e misteriose. La misura del tempo è “c’era una volta” che non tiene conto della normale cronologia e tutto può succedere contemporaneamente. Un sentiero nel bosco può condurre alla casa di Hansel e Gretel, a quella della nonna di Cappuccetto Rosso o del lupo cattivo e lungo il cammino avvengono incontri con personaggi reali e immaginari. Per quanto la notte sia buia e minacciosa e popolata non solo di folletti, gnomi e fate ma anche di streghe ed orchi, la luna in cielo illumina il sentiero e l’appassionato canto delle cicale ci ricorda che non siamo soli.

Infanzia, magica epoca di passaggio. I sensi contemplano il mondo con stupore e meraviglia e le illimitate promesse della vita non sono ancora andate perdute.

(La facilità con cui un bambino riesce a giocare fingendo e simulando situazioni irreali ci dice che il suo mondo interno contiene un vasto deposito di sensazioni).

(perché la paura di accogliere le sensazioni, le emozioni e i sentimenti non ha ancora preso il sopravvento)

Quando è piacevolmente eccitato, un bambino salta letteralmente di gioia come le creature selvatiche e selvagge e il suo corpo mostra una grazia naturale che lentamente si perde. (Lo si vede nell’ abbandono del sonno)

L’infanzia è un’epoca in cui si piange molto.

(ed accogliere le sensazioni senza censurarle)

Si perde la grazia del corpo (g tipica delle creature libere e selvatiche S. 7). G stato di pienezza e abbon interiore, di legame con la vita. Quando domina la testa si perde la grazia naturale del corpo.

Da adulti, le sensazioni vengono date per scontate e spesso sfumano nell’inconsapevolezza. (Dov’è finito) Non c’è più quello sguardo fresco e genuino che vede……. Che è capace di gustare il sapore dell’acqua fresca, di udire il canto delle cicale in una giornata di grande caldo, il profumo intenso di un albero carico di fichi/fiore ……Cioccolata. Odore delle lenzuola.

(ma così sbarriamo il passo alla gioia). (Si perde il contatto con la parte più profonda di se stessi).

(abbandonarsi a) ciò che sentono, di lasciarsi andare, di perdere il controllo.

(La sopravvivenza è assicurata ma a scapito del piacere). Ci rendiamo insensibili


Gioele. Quaderno del tempo libero

A Gioele piace cambiarsi le scarpe. Gli piacciono l’acqua e i cavalli. E gli piace dare da mangiare alle sue foche di plastica.

E’ un tipo di poche parole, lui. Ma sul suo quaderno scrive storie lunghe e intricate di misteriosi animali, leoni domestici, anaconde e ragni-lupo. Disegna anatre che cucinano e zebre a strisce colorate. Ma poi, spesso, accartoccia i disegni perché nessuno li veda.

Dentro, Gioele ha un mondo intero. Solo che nel suo mondo non si può entrare. Gioele è autistico, che è un po’ come essere una casa senza porta: dall’interno non si può uscire, e da fuori non si sa come varcare la soglia.

Lui, però, sta alla finestra. Guarda, osserva.

E da lì, scatta foto del mondo come lo vede: troppo vicino o troppo lontano, spesso in movimento veloce, a volte amico, a volte impossibile da decifrare.

A Gioele piace anche farsi guardare, ed è così che nasce questo progetto.

Da uno scambio di visioni tra un fotografo che vuole provare ad avvicinarsi a un’interiorità difficile da comprendere e un ragazzino che vuole comunicare con un esterno difficile da raggiungere.

La fotografia diventa strumento di reciproca comprensione, un territorio visivo e visionario in cui incontrarsi, e proiettare all’esterno sensazioni e emozioni mute. Ma la fotografia è anche il filo conduttore di un racconto di formazione. Una formazione delicata e complessa: non solo quella di un bambino di 11anni che lentamente si trasforma in uomo, ma anche quella di un essere umano speciale che cresce confrontandosi con un mondo da cui è percepito come diverso e alieno.

L’autismo è considerato dalla comunità scientifica internazionale un disturbo che interessa la funzione cerebrale. A tutt’oggi, le sue cause sono solo parzialmente conosciute, e la sua origine è oggetto di molteplici e contraddittorie interpretazioni. Normalmente i sintomi sono rilevabili entro il secondo/terzo anno di età e si manifestano con gravi alterazioni nelle aree della comunicazione verbale e non verbale, dell’interazione sociale e dell’immaginazione o repertorio di interessi. Le persone con autismo presentano spesso problemi comportamentali che nei casi più gravi possono esplicitarsi in atti ripetitivi, anomali, auto o etero-aggressivi. Al di là delle visioni romantiche spesso associate all’autismo da cinema e letteratura, non sempre dietro l’insuperabile cortina dell’autismo c’è il “genio”, non sempre dietro i gesti stereotipati, i suoni ripetuti all’infinito, i rituali rinnovati ossessivamente si nasconde uno stupefacente e misterioso talento. Per molti ragazzi, anche solo mangiare a tavola con la famiglia, godere di una passeggiata, imparare a vestirsi è un grande traguardo.

Per Gioele, esprimersi senza dire parolacce o rispondere a una semplice domanda è una conquista.

Questo progetto, quindi, è il viaggio di un ragazzo alla ricerca della sua normalità e alla scoperta dei suoi piccoli talenti.
È il diario di un cambiamento e di una ricerca: di un’identità, di un posto nel mondo, di un modo di comunicare, di una relazione con l’altro. Gioele vuole quello che tutti vogliamo. Soltanto che i suoi obiettivi sono più difficili da raggiungere.
La fine della sua infanzia e l’inizio della sua adolescenza sono un passaggio ancora più delicato, che porta con sé conflitti ancora più aspri.
Dal rapporto col corpo che cambia alle difficoltà di socializzazione, dalla mancanza di strutture di aggregazione in una realtà periferica al dialogo spesso conflittuale con le istituzioni e con la famiglia, tutti i problemi di un normale adolescente sono amplificati e estremizzati per un ragazzo autistico.

Per queste ragioni, seguire la sua crescita attraverso la macchina fotografica diventa un cammino di comprensione e di analisi: del mistero della sua malattia e del mistero della nostra identità.

Che cos’è l’autismo?

Domanda difficile per uno che, come me, non ha neanche mai visto Rain Man.

Mi ritrovai per caso a parlarne con un’amica, e siccome nulla avviene per caso, lei mi parlò a sua volta di un’amica, mamma di un bambino autistico.

In un pomeriggio ancora caldo di fine agosto, nel parco giochi semideserto, ti ho visto.

Gioele, un bambino come tanti, magari un po’ cresciuto per lo scivolo e l’altalena, un sorriso furbetto in faccia.

Da quel giorno ha avuto inizio la nostra amicizia e il mio dialogo con l’autismo, quella strana presenza che ti abita. Da quel giorno sei cresciuto, ti sei aperto a me e alla mia famiglia, sei diventato un prezioso compagno di giochi per mia figlia Syria ma, soprattutto, sei diventato ispirazione e co-autore di questo nostro libro.

“Chi lo avrebbe mai detto che un bambino autistico fosse capace di tanto”, sarà il pensiero di molti. Forse, Gioele, potrai essere un esempio, un raggio di luce per chi tutti i giorni si arrampica sulla cima dell’autismo per ricominciare la scalata il giorno dopo e quello dopo ancora.

Forse, con questo libro stupiremo qualcuno.

Non so se questo lavoro soddisferà la mia domanda di partenza, non so se sono arrivato alla fine di un percorso o se questo è solo l’inizio. Certamente, oggi, ho imparato qualcosa di più. So, per esempio, che tu non saresti il mio Gioele, senza quel folletto che ospiti dentro. So che a volte mi sembri strano, ma tante altre riesci a commuovermi e farmi ridere.

Spesso, mi hanno chiesto cosa tu rappresenti per me.

Ecco, Gioele, io ci ho pensato molto, ma alla fine credo che ci sia una sola risposta: tutto, fuorché un soggetto da fotografare.

 

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